5 Dicembre

Stamattina pioveva, dopo una nottata fredda e senza sonno. Di quell’umido che mi fa impazzire le ginocchia in questi giorni.
A mezza montagna una matassa di nuvole divideva la visuale. Non c’è piu traccia dei pavoni. Non c’è traccia di nulla in questi giorni pieni sono di lavoro e impegni.Oggi ti sono venuta a prendere alla stazione per l’ultima volta. Tu sempre nelle tue vans e i tuoi legging. I capelli raccolti in una coda. Un cappottino di pelliccia finta.
La pelle chiara, slavata. Quegli occhi celesti. Tedeschi.
Si parla in inglese delle feste di Natale, della tua e della mia famiglia. Una piccola amicizia fatta di poche parole. Della mia impossibilità di esprimermi decentemente in Inglese.
Per uno che ama leggere, che ama scrivere, che ama le sfumature delle parole non potersi espimere è come una ghigliottina.
Raccogli tutto del tuo progetto, lo richiudi in una valigia enorme e due zaini, ti carichi come un mulo e ti riaccompagno alla stazione.
Mi abbracci, mi dedichi parole gentili e carine che io a stento riesco a replicare. Ho un nodo alla gola.
Non riesco a farmi andar giù il fatto che è giusto aiutare le persone meritevoli e che io non posso.
So che non è il momento giusto per te. So che questo è buon senso.
Ma dentro di me quella stracazzo di vocina mi dice che non sono la persona giusta per ammazzare i sogni degli altri.

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